giovedì 1 ottobre 2009

OPEL IN SALSA COCKTAIL.

Dopo le attese elezioni politiche in Germania, che hanno visto la riconferma della panzer-cancelliera Angela Merkel, quali saranno gli sviluppi sul fronte Opel? Riassunto delle puntate precedenti: concluso l’accordo tra GM e il consorzio austro-russo-canadese Magna-Gaz, caldeggiato da sindacati e politici e cementato dagli aiuti statali tedeschi e dalla Sberbank (vedi Oleg deripaska, ma leggi Putin), ci si è resi conto del pasticcio combinato. Adesso sono tutti scontenti. I 10500 licenziamenti previsti per gli stabilimenti europei di Opel hanno fatto montare la protesta del potentissimo sindacato IGMetall, lo stesso che aveva rispedito al mittente l’offerta di Fiat perché giudicata troppo impattante sulla forza lavoro (per poi scoprire che i tagli del piano Fiat erano inferiori e meglio distribuiti tra gli stabilimenti). Il governo tedesco deve affrontare le accuse di protezionismo degli altri paesi europei coinvolti nelle chiusure degli stabilimenti a solo vantaggio di quelli in Germania; con l’aggravante dell’ hara kiri industriale, perché chiudere gli stabilimenti moderni e mantenere in vita quelli più obsoleti per sole ragioni elettorali, è come forare il salvagente ad un naufrago. La GM, da subito contraria all’operazione con i russi per ovvi problemi di dispersione di know how, ha dovuto cedere alle pressioni politiche, rimanendo però con un piede in mezzo alla porta: quel 35% che manterrà all’interno della società gli permetterà sì di attingere al bugdet tecnologico di OPEL (soprattutto le sperimentazioni per l’auto elettrica), ma creerà notevoli problematiche sul fronte della gestione operativa dell’azienda. Ovviamente chi ne esce con le ossa distrutte è la stessa OPEL, limitata nella possibilità di espansione (le saranno preclusi i mercati Statunitensi e asiatici, a causa di un esplicito veto GM), affossata dai debiti e con una gamma da ripensare partendo dal successo della Insignia (una vera beffa del destino). Rimane inoltre il nodo degli aiuti di stato, se come sembra l’Europa è intenzionata a procedere contro il governo di Berlino sul fronte dei famosi 4,5 miliardi di euro di denaro pubblico da immolare alla causa OPEL. Considerato poi che gli amici russi della Gaz hanno intenzione di utilizzarne circa 600 milioni per il risanamento di fabbriche oltre cortina, il quadro si fa alquanto complicato. Sembra quasi una natura morta. In tutto ciò si fatica realmente a comprendere la valenza industriale di questo accordo: un assemblatore e fornitore di componentistica conto terzi, con nessuna esperienza nel campo di commercializzazione e marketing auto, un banca vicino al potere di Mosca e una casa automobilistica russa sull’orlo del baratro quali strategie industriali possono pianificare per OPEL? Specialmente nell’attuale quadro del mercato globale.
Tutta la faccenda ricorda tristemente le vicende aeropolitiche del Belpaese e, se da un lato ci consolano con la certezza che non siamo soli nel mare della follia, dall’altro ci inducono a riflettere sull’ottusità dell’attuale classe dirigente.
E Marchionne sta alla finestra.

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